Dante e l'economia. Una riflessione sull'utopia dantesca

a cura dei Proff. Raffaele Pinto, Università di Barcellona & Carla Rossi, Università di Zurigo

Data: 8-9 aprile 2021

Luogo, Villa Giambonini, Viale Castagnola 27, 6900 Lugano (Svizzera), sede della Fondazione Internazionale RECEPTIO

(Il programma completo degli interventi delle sessioni sarà fornito entro il mese di luglio 2020)

GIOVEDÌ 8 APRILE, ORE 11-13

Sessione plenaria:
Apertura del Congresso (Proff. R. Pinto & Carla Rossi)

Tavola rotonda: L'Utopia dantesca

Intervengono, in modalità blended, sia dal vivo, sia a distanza:

Marcello Ciccuto  (Università di Pisa, Presidente della Società Dantesca Italiana, Membro del Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centenario della morte di Dante Alighieri,1321-2021)

Sergio Cristaldi     (Università degli Studi di Catania)
Sabrina Ferrara    (Université de Tours, Centre d'études supérieures de la Renaissance)
Giuseppe Ledda    (Università di Bologna)
Mariano Pérez Carrasco  (Università di Buenos Aires)

Luciano Rossi (Università di Zurigo)
Juan Varela (Universidad Complutense, Madrid)

Marco Veglia (Università di Bologna)

GIOVEDÌ 8 APRILE, ORE 16-18

Interventi di:

Isabelle Battesti  (Université de Poitiers et CERLIMM)   
Augusto Nava  Mora ( Universidad Complutense, Madrid)

Bruno Pinchard (Università di Catania)      
Raffaele Pinto (Università di Barcellona) 

VENERDÌ 9 APRILE, ORE 11-13

Interventi di:
Marco Romanelli  (Università di Firenze)                            
Núria Sánchez Madrid   (Universidad Complutense, Madrid)     
Jonathan Schiesaro   (Università di Zurigo) 

 

VENERDÌ 9 APRILE, ORE 16-18

Interventi di:  
Paolo Borsa (Università di Friburgo)

Donatella Stocchi-Perucchio   (University of Rochester)
Jean-Jacques Marchand (Università di Losanna)

CHIUSURA DEI LAVORI, ORE 20

 

 

 

 

IL CONVEGNO INTERNAZIONALE

Il convegno che organizzeremo presso RECEPTIO, anziché proporsi come l’ennesimo evento celebrativo di Dante in occasione di un centenario, metterà in luce gli aspetti ideologicamente innovatori dell’opera del padre della lingua italiana. L’attenzione della recente critica dantesca alle analisi che il poeta ha dedicato all'economia ha infatti consentito di evidenziare alcuni aspetti finora trascurati del pensiero dantesco relativi all'economia politica. Abbandonata la tradizionale interpretazione conservatrice del pensiero politico di Dante, gli studiosi stanno giungendo a comprendere come esso appaia non già ancorato nostalgicamente ai valori del passato, ma proiettato utopicamente verso il futuro. Osservatore delle trasformazioni economiche e culturali della sua epoca, Dante indica e denuncia i mali che avrebbero accompagnato e minacciato la nostra civiltà nel suo decorso. E, se il poeta vi riesce inevitabilmente attraverso le categorie concettuali del suo tempo, è invece compito della critica moderna tradurre queste tipologie del passato in quelle del presente, in una continuità ideale di modificazioni che dà senso allo studio della storia.

 

L'8 e il 9 aprile 2021, in occasione del VII centenario della morte del Poeta, il Research Centre for European Philological Tradition (www.receptio.eu) di Lugano dedicherà due giornate di studio al tema dell'utopia in Dante, nel corso di un convegno su 'Dante e l'economia’, nell’ambito delle proprie attività d’insegnamento e ricerca in Filologia e critica dantesca e nel quadro di un globale progetto di revisione ‘moderna’ dell'opera dantesca.

 

Il convegno internazionale si svolgerà in modalità blended (si tratterà di uno dei primi congressi organizzati secondo questa formula, volta a riunire il maggior numero di dantisti, in dialogo tra loro e con il pubblico presente sia presso la sede del centro, sia tramite la partecipazione ad aule virtuali).

 

Fin dalle canzoni dottrinali scritte a Firenze, e poi attraverso i testi redatti durante l’esilio, che culminano nelle grandi sintesi del Paradiso e della Monarchia, la critica del mondo presente si intreccia in Dante con la visione dell’auspicabile futuro di una umanità serenamente abbracciata nella universalità del genere umano. Non importa che la visione sia formulata nei modi poetici della profezia o in quelli filosofici del sillogismo, distanti dalle nostre forme di pensiero. Ciò che importa sono i contenuti di tale visione di futuro, che oggi più che mai, nel crollo di ogni seria e credibile soluzione globale ai problemi che minacciano l’esistenza dell’umanità, luminosamente indicano un cammino di vita e di civiltà.

 

Il tema che in Dante è più vicino alle preoccupazioni del nostro presente è senz’altro l’idea dell’Impero, di cui però bisogna considerare con attenzione i contenuti, per apprezzarne la radicale modernità. La riflessione politica di Dante ha inizio con le due canzoni dottrinali, Le dolci rime d’amor ch’io solea e Poscia ch’amor del tutto m’ha lasciato, scritte a Firenze, nelle quali il Poeta chiarisce a se stesso ed al suo pubblico fiorentino e guelfo che la dignità della persona non ha nulla a che vedere né col sangue né col patrimonio, ma dipende esclusivamente da meriti soggettivi, che dovrebbero essere riconosciuti e premiati. Più tardi, nel De Vulgari Eloquentia, lontano dalla sua città e in una prospettiva già nazionale della lingua e dello stato, la celebrazione di Federico II e di suo figlio Manfredi ha come presupposto l’idea che funzione essenziale del potere politico sia quella di selezionare i nobili di cuore («corde nobiles»), i soli che, per intelligenza e cultura, sono in grado di dirigere la società. E nel IV trattato del Convivio, in cui la prospettiva comunale viene definitivamente superata per abbracciare una visione imperiale, e quindi universalistica della politica, a tale nobiltà intellettuale, complementare a quella di sangue, è affidato il compito di orientare l’azione politica, ad ogni livello delle sue gerarchie di potere.

 

L'orientamento ‘virtuoso’ dell’azione di governo ha però, nella realtà, un potente nemico, che nella riflessione di Dante occuperà uno spazio sempre maggiore, fino a diventare il male assoluto, che impedisce all’umanità di perseguire il fine che Dio le ha assegnato, che è la felicità su questa terra: si tratta dell'avarizia, l’amore per il danaro, che perverte non solo l’individuo, ma anche i gruppi sociali, cioè famiglie, città e nazioni. La passione per il danaro è questione non meramente soggettiva, ma a pieno titolo politica. E proprio in rapporto allo stato nazionale, il cui paradigma si incarnava per Dante nella monarchia francese, e quindi in rapporto alla sua perversa subordinazione a miserabili egoismi economici, la riflessione di Dante rivela una geniale lungimiranza.

 

Lo stato nazionale, al tempo del poeta, prendeva forma, distaccandosi, come originale principio di sovranità, dalla compagine universalistica ma frammentaria del mondo feudale. Privo ancora di una legittimazione popolare che si sarebbe affermata solo nei secoli successivi, lo stato nazionale ha per Dante la finalità originaria, e quindi costitutiva, di difendere gli interessi economici della comunità che esso abbraccia nel conflitto con gli interessi economici di altre comunità ed altri stati. Il che significa che il benessere economico dei suoi cittadini è l’unico benessere che allo Stato sta realmente a cuore. L’avarizia, ossia la morbosa inclinazione alla accumulazione di ricchezza (nella Monarchia la «blanda cupiditas»), è principio direttivo e corruttore non solo, al suo interno, dei comportamenti individuali, ma anche del rapporto con gli altri stati concorrenti, fatalmente in contrasto fra loro, se manca una istanza sopranazionale che ne dirima i conflitti. Di qui la critica feroce della economia monetaria che stravolgeva l’antica e idealizzata solidarietà sociale (il «maladetto fiore / c’ha disvïate le pecore e li agni / però che fatto ha lupo del pastore», Par. IX 130-132), cioè il fiorino, la moneta d’oro coniata a Firenze, che nell’incipiente capitalismo era utilizzato, secondo il poeta, come strumento di universale corruzione e prostituzione.

 

Dante intuì che la pace, sulla terra, era incompatibile con la sovranità assoluta degli stati nazionali proprio in quanto strutturalmente destinati a rivaleggiare per l’accaparramento della ricchezza, e quindi necessariamente in conflitto fra loro e vocazionalmente belligeranti. Della Chiesa, contro il cui potere temporale la critica di Dante è cosi severa, viene appunto stigmatizzata la pretesa statuale, che immediatamente implica la subordinazione della attività pastorale alla ricerca del profitto (cioè la simonia crudelmente punita nel canto XIX dell’Inferno).

 

Dante intuì, sul nascere dello stato nazionale, che la guerra e l’odio fra i popoli sono il suo inconfessabile fondamento (come anche Leopardi spiegò in alcune luminose pagine dello Zibaldone). Si tratta di una verità che nessuna costituzione include certo fra i suoi articoli. La storia, però, ha ampiamente confermato la diagnosi dantesca, e, con essa, la necessaria terapia che egli propone, quando afferma, per esempio nel I Libro della Monarchia, che «il genere umano, in tutto ciò che ha di comune, e che riguarda la totalità dei suoi componenti, deve essere retto da una unica comune regola, che abbia come finalità la pace» (Mon. I XIV 7).

 

La puttana e il gigante del XXXII del Purgatorio, cioè il Papato e il Regno di Francia, i quali, dominati dal serpente della cupidigia, si oppongono all’Impero neutralizzando la sua funzione regolatrice e quindi cancellando la pace dal mondo, sono la raccapricciante ed allegorica radiografia della storia moderna, che quasi non ha conosciuto altro che guerre fra i popoli per l’accaparramento della ricchezza (guerre così spesso motivate da deliranti credi religiosi). E bisognerà pur riconoscere che nessuna conquista democratica, nell’ambito esclusivo dello stato nazionale, ha mai evitato la guerra fra gli stati, democratici o no. L’idea dantesca dell’Impero (al di là degli argomenti teorici che la sostengono, necessariamente datati, che si basano sulla assiomatica aristotelica e fanno appello alla tradizione imperiale romana) è di clamorosa attualità, ed anzi indica nitidamente l’obiettivo al quale deve tendere qualunque azione politica che sia adeguata alla realtà socio-economica nella quale oggi siamo immersi. Se la produzione e la circolazione della ricchezza hanno un ambito globale, se il “maledetto fiore”, euro o dollaro che sia oggi, è l’unico valore dominante, un’azione politica che voglia controllare l’economia e non esserne schiava deve assumere una prospettiva altrettanto globale, e quindi proporsi, in un orizzonte sia pur solo utopico, il superamento di tutte le sovranità nazionali e la creazione di un’istanza politica globale alla quale tutti gli stati siano rigorosamente, e non fittiziamente, sottomessi.

 

Bisogna considerare, per aver chiara nella sua complessità la teoria politica di Dante, che il suo nucleo non è, come spesso un po’ superficialmente si crede, il suo ghibellinismo, per il quale fu bruciato e messo all’Indice (fino al 1881) il suo trattato sulla Monarchia, ma la sua economia politica, finora sostanzialmente trascurata dalla critica. Il IV trattato del Convivio denuncia con lucidità l’assenza di qualunque preoccupazione per la distribuzione della ricchezza, nella accumulazione di capitali propria del capitalismo commerciale e finanziario della sua epoca, oltre che i metodi troppo spesso criminali con cui essa veniva realizzata (Conv. IV XI 6):

 

Dico che la imperfezione delle ricchezze primamente si può notare ne la indiscrezione [cioè ‘irrazionalità’] del loro avvenimento, nel quale nulla distributiva giustizia risplende, ma tutta iniquitade quasi sempre.

 

Si tratta delle forme selvagge con le quali l’economia finanziaria trasformava gli equilibri sociali del feudalesimo, la cui nostalgica evocazione, nelle parole di Cacciaguida, nel Paradiso (Par. XV 97-132) è solo la faccia lirica di una lucidissima denuncia della violenza connaturale alla logica del capitalismo. La canzone Doglia mi reca ne lo core ardire svolge appunto questo concetto denunciando la perversa irrazionalità della accumulazione di ricchezza: la «dismisura» con cui «rauna» e «ristrigne» «chi volge il donare in vender» (vv. 85-86 e 121). Ad essa il poeta oppone la logica razionalmente distributiva del dono, inteso come strumento di controllo sociale sull’economia, e quindi come istanza di razionalizzazione dell’economia stessa. Lo stesso Cacciaguida celebra di Cangrande della Scala (protettore del poeta) la saggezza con cui premia il merito, legittimando così ‘virtuosamente’ la mobilità sociale (Par. XVII 87-90):

 

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici.

 

Mentre nel canto VII dell’Inferno è ancora la Fortuna che permuta (Inf. VII 79-81)

 

[...] a tempo li ben’ vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension d’i senni umani,

 

nelle parole di Cacciaguida è al potere politico che viene attribuita la funzione di “trasmutare la gente”, cioè di controllare, con «senni umani», la distribuzione della ricchezza. Nella «lupa, che [...] molte genti fé già viver grame» (Inf. I 49-51), è ben leggibile, oggi, mutatis mutandis, una sinistra allegoria del neoliberalismo che affligge il mondo.

 

In tale prospettiva l’Unione Europea, che per gli Europei non è solo condizione di benessere economico ma spazio di civiltà, è il naturale campo di sperimentazione di tale utopia. Nella misura in cui noi Europei saremo capaci di superare la logica perversa degli stati nazionali, preservando ed anzi potenziando attraverso una nuova sintesi le culture locali, offriremo al mondo un polo di attrazione, o almeno un modello di analoga prassi politica in vista dell’obiettivo che ogni uomo di pace, che non sia accecato dalla «blanda cupiditas», dovrebbe desiderare di veder realizzato, e cioè una istanza governativa di ambito planetario.

 

Nella sua teorizzazione, Dante vedeva tale istanza già realizzata, sul piano istituzionale, nell’Impero germanico. Oggi sarebbero ovviamente altre le modalità di costituzione di tale istanza, che tenga conto dei principi di rappresentatività democratica che sono per noi irrinunciabili. L’idea di Dante è però chiarissima: l’Impero ha due essenziali funzioni, frenare le seduzioni della cupidigia, cioè l’accumulazione indiscriminata di ricchezze e il consumismo come valori etici socialmente diffusi, da una parte, e garantire la libertà delle persone, che è possibile solo in uno spazio politicamente pacificato e non dominato dall’economia, dall’altra. Ciò che, con Dante, dovremmo aver chiaro è che il liberalismo economico è la negazione della libertà politica. I versi con cui Virgilio definisce il significato del viaggio di Dante, rivolgendosi a Catone l’Uticense, nemico del futuro dittatore, nel primo canto del Purgatorio, sono ancora il primordiale obiettivo programmatico, ben lungi dall’essere realizzato, della civiltà moderna (Purg. I 71-72):

 

libertà va cercando ch’è sì cara

come sa chi per lei vita rifiuta.

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